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Barbaro
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mwcgmwcwBarbaro (mwdain greco antico βάρβαρος?, bárbaros, passato in mwdqlatino come mwdgbarbarus) è la parola mwdwonomatopeica con cui gli mweaantichi greci indicavano gli stranieri (letteralmente i "balbuzienti"), cioè coloro che non parlavano greco, e quindi non erano di cultura grecacite-ref-montanari-1-0[1].

Il termine latino mwfgbarbarus significava invece "straniero" ovvero estraneo alla mentalità greco-romana. Questa accezione si diffuse ampiamente nel contesto politico-sociale dei conflitti del III-IV secolo. Nei testi latini il termine “barbarus” è spesso accompagnato da aggettivi come “ferus” (violento) e “iracundus” (iracondo), che definiscono il significato negativo della parola originaria.

Il concetto, con nomi differenti, è stato usato in diverse culture anche precedenti quella greca.cite-ref-2[2]

«Io ritengo che non vi è nulla di barbaro e di

selvaggio

in quelle popolazioni […]. La realtà è che ognuno definisce barbarie quello che non è nei suoi usi.»

(Montaigne, 1580, Del costume e del non cambiare facilmente una legge ricevuta, in Saggi, Mondadori, Milano, 1986)

Contents

Note

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I barbari nella cultura classica

La stessa sillaba ripetuta che forma la parola (mwiabar-bar) fa riferimento ad un suo altro significato affine: balbettantecite-ref-montanari-1-1[1], a riprodurre quelli che agli mwjqellenofoni (pur mancando l'unità politica tra le mwjgpolis, i Greci si consideravano un'unica entità culturale proprio sulla base della lingua comune) sembravano dei versi inintelligibili ed addirittura animaleschi; ad esempio, mwjwErodoto usa per descrivere la lingua di un popolo Etiope il verbo "mwkaτρίζειν" (trízein), normalmente usato per riferirsi al verso del mwkqpipistrello. Da qui nacque la distinzione tra mwkgGrecia e mwkwbarbari.

Si ritiene inoltre che i popoli detti "semibarbari" venissero così classificati a causa della particolarità delle loro lingue, differenti dal greco soprattutto nella pronuncia. È interessante ricordare che gli mwlqsciti erano considerati dai mwlggreci come il più barbaro tra i popoli, anzi il popolo barbaro per eccellenza (occasionalmente sostituiti in quest'ultimo ruolo dai mwlwPersiani, soprattutto quando il Barbaro veniva presentato come minaccia). Il carattere prettamente linguistico della "grecità" si accentua con l'mwmaellenismo, quando ogni uomo che parla, legge e scrive in greco è membro, oltre che partecipe, del mondo e della cultura greca.

Il termine assunse un significato più strettamente correlato all'aspetto etnico ed ideologico nella mwmgRoma repubblicana, in cui veniva accentuata, rispetto all'uso greco, la "missione civilizzatrice" del popolo mwmwromano (In mwnaetà monarchica, invece, Roma era ancora difficilmente riconoscibile nell'eterogenea miriade di mwnqpopoli del tempo, in cui ogni civiltà era profondamente influenzata da quelle dei vicini).

In età imperiale il vocabolo avrebbe riassunto il significato ellenistico, con l'aggiunta di una certa sfumatura anche culturale (ad esempio, la mancanza di leggi scritte, di un alfabeto, ecc., erano le prerogative principali del barbaro, unite ad un fermo e testardo rifiuto dell'ordine romano, simboleggiato dal mwnwsistema legislativo romano).

Nel mondo greco-romano, insomma, il termine "barbaro" era uno strumento essenziale che i popoli greci, prima, e romani, poi, utilizzavano per definire sé stessi, prendendolo come pietra di paragone, in quanto "anormale" rispetto agli standard, per poter definire la "normalità". Tale caratteristica non fu mai esclusiva del pensiero mediterraneo, o anche semplicemente mwoqeuropeo, ma fu il risultato del naturale mwogetnocentrismo di varie civiltà del mondo antico, e in certi casi anche cronologicamente successivo.

Il mwpaCristianesimo ha utilizzato il termine mwpqbarbaro nella sua accezione mwpgellenica: l'mwpwapostolo mwqaPaolo lo usa nel mwqqNuovo Testamento (mwqgmwqwLettera ai Romani 1:13) per indicare i non-greci o chi semplicemente parla una lingua diversa (mwramwrqPrima lettera ai Corinzi, 14:11).

Greci e barbari per Paolo si distinsero rispettivamente per sapienza ed insipienza. mwrwTaziano invece sostiene la superiorità della cultura dei barbari rispetto a quella dei mwsafilosofi greci considerata vana. Taziano pone in rilievo le molteplici invenzioni o le usanze apprese dai barbari in Europa: mentre i Romani cavalcavano a pelo o su una coperta, i barbari utilizzavano già una mwsqsella e delle staffe; mentre i Romani conservavano il vino nella terracotta e lo allungavano con acqua calda e salata, i barbari lo conservavano in mwsgbotti di legno; furono i barbari ad introdurre la mwswbirra, prodotta con il mwtaluppolo; furono i barbari a introdurre le mwtqbrache, ossia i pantaloni, al posto delle mwtgtuniche.cite-ref-3[3] Poiché con il mwuwIV secolo l'mwvaImpero romano cominciò a divenire cristiano, mwvqbarbaro cominciò ad assumere il significato di mwvgnon romano (giacché non cristiano).

In questo periodo mwwabarbare per antonomasia furono quelle popolazioni (mwwqVandali, mwwgEruli, mwwwUnni, mwxaVisigoti, mwxqOstrogoti, mwxgGoti, ecc.) che dalle loro terre di origine, solitamente localizzate nell'mwxwEuropa settentrionale, scesero a ondate nell'mwyaImpero. In questo periodo Roma necessitava di possedere grossi eserciti per affrontare i vari nemici e decise di immettere all'interno delle proprie milizie i barbari che vengono così integrati sul suolo imperiale arrivando ad ottenere brillanti carriere (mwyqFraomario, mwygDagalaifo, mwywMerobaude).

Questi barbari approfittarono della crisi in cui già versava l'Impero e ne accelerarono la decadenza fino alla dissoluzione: oltre alle guerre, ai saccheggi e alle distruzioni, finirono con il fondare dei veri e propri stati, spezzando l'antica unità dell'Impero e dando inizio ai mwzqregni romano-barbarici.

I barbari nella cultura moderna

Nelle storie mwaafantasy e nei mwaqgiochi di ruolo i mwagbarbari sono solitamente rappresentati come dei mwawguerrieri coraggiosi e non civilizzati che attaccano con furia. Tra questi mwbaConan il Barbaro è certamente il più noto.

L'ammirazione contemporanea per questi barbari fantasy può essere fatto risalire all'mwbgilluminismo che tendeva ad idealizzare il mwbwbuon selvaggio (vedi anche la figura di mwcaTarzan).

Oggi la parola mwcgbarbaro è normalmente utilizzata nel senso di "selvaggio", per indicare persone percepite come incivili o primitive. Il sostantivo "barbarismo", invece, stigmatizza l'uso inutile di una parola straniera nel parlare o scrivere. Non va quindi confuso con mwcwsolecismo che indica una violazione delle regole della grammatica.

Nell'ideologia del mwdqmaterialismo storico, la fase barbara è la seconda sottofase del mwdgcomunismo primitivo.

Note

cite-note-montanari-11. mwfwmwgaM. Montanari, mwgqStoria medievale, Roma-Bari, mwggEditori Laterza, 2009, p.mwgw 21, mwhaISBNmwhq 978-88-420-6540-1.
cite-note-22. mwigJames C. Scott, mwiwVII cap.: L’epoca d’oro dei barbari, in mwjaLe origini della civiltà. Una controstoria, traduzione di Maddalena Ferrara, Torino, Einaudi, 2018, mwjqISBNmwjg 978-88-06-23875-9.
cite-note-33. Silvio Paolucci e Giuseppina Signorini, mwkwL'Ora di Storia, Edizione Rossa, Bologna, Zanichelli, 2004, p. 90.

Bibliografia

• Gumilev Lev N., mwlwGli Unni. Un impero di nomadi antagonista della Cina, Torino, Einaudi, 1972 (orig. Khunnu, 1960).
• Anonimo, mwmqmwmgI Briganti, a cura di Franz Kuhn, Torino, Einaudi, 1956 (ultima edizione 1995).
• P.J. Geary, "mwnaBarbarians and Ethnicity", in mwnqLate Antiquity, Peter Brown, Glen Bowersock e Andre Grabar (a cura di), Cambridge (MA), 1999, pp.mwng 106–129.

Voci correlate
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Collegamenti esterni

• citerefbritannica-com(EN) barbarian, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.